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SPAZIO CRITICO
IN COLLABORAZIONE COL GRUPPO LIGURE CRITICI CINEMATOGRAFICI
"Take Shelter", di Jeff Nichols
I LaForche sembrano una normalissima famiglia della provincia americana (siamo in Ohio) impegnata come milioni di altre a inventarsi una vita accettabile nel pieno dell'imperversare della crisi economica che sta attanagliando il mondo.
(di Furio Fossati)
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Sezione: Recensioni di Aldo Viganò
“Chiamami con il tuo nome” di Luca Guadagnino
di Aldo Viganò.
Non esageriamo con gli elogi. Nemmeno con l’orgoglio nazionale per aver ottenuto quattro nominations agli Oscar con un film interpretato da attori stranieri e parlato in inglese. E neanche con le citazioni culturali. Perché Bernardo Bertolucci non c’entra proprio con il tono di questo racconto
“Ella & John” di Paolo Virzì
di Aldo Viganò.
Culturalmente autoctono e con vocazione in prevalenza realistica, il cinema italiano (e in particolare quello “in commedia”) ha avuto sempre grandi difficoltà a internazionalizzarsi. Così è accaduto ai grandi registi e attori della commedia all’italiana (da Dino Risi ad Alberto Sordi, che pur ne soffrì molto) e così avviene ancora oggi a Paolo Virzì
“Tre manifesti a Ebbing, Missouri” di Martin McDonagh
di Aldo Viganò.
Grande protagonista del teatro inglese contemporaneo, definito da alcuni il Quentin Tarantino del palcoscenico per la sorprendente originalità dei suoi personaggi e per la sintetica forza dei dialoghi affidati alla recitazione degli attori, il londinese di origine irlandese Martin McDonagh
“Corpo e anima” di Ildikó Enyedi
di Aldo Viganò.
Ci sono film messi in scena con l’intento di ottenere l’attenzione delle giurie e degli spettatori dei festival internazionali. E non è un caso che regolarmente vengano da questi premiati ed esaltati quali capolavori. Come è accaduto appunto a “Corpo e anima”
“La ruota delle meraviglie” di Woody Allen
di Aldo Viganò.
Luna Park di Coney Island, nei primi anni Cinquanta. La quarantenne Ginny (Kate Winslet), abbandonato ormai il sogno di fare l’attrice e tormentata dal senso di colpa di aver tradito il primo marito, vive facendo la cameriera in un fast-food.
“Suburbicon” di George Clooney
di Aldo Viganò.
George Clooney è un regista per bene, ma dallo stile molto convenzionale. Un “metteur en scène” che s’innamora dei soggetti più che delle immagini atte a farli vivere sullo schermo. Un cineasta, cioè, molto più simile a Stanley Kramer o a Sidney Lumet che un autore della stoffa di Billy Wilder o dei fratelli Coen
“Happy End” di Michael Haneke
di Aldo Viganò.
Gruppo di famiglia borghese in un interno. A Calais, in una città invasa da migranti che sperano di essere lì solo in transito, l’austriaco Haneke racconta la tragicommedia della ricca progenie dei Laurent, che vivono chiusi in una bella villa.
“Detroit” di Kathryn Bigelow
di Aldo Viganò.
Raccontare con chiarezza e con forza espositiva una storia: sia questa frutto della fantasia (come “Il buio si avvicina” o “Strange days”) o ispirata a fatti realmente accaduti (come “Zero Dark Thirty” o questo “Detroit”). Confidare senza remore intellettualistiche o divagazioni ideologiche nell’autonomia espressiva del linguaggio cinematografico. Puntare con decisione su quelle che dai tempi di Griffith sono le caratteristiche essenziali della Settima Arte